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martedì 10 dicembre 2019

uno sguardo alla società rurale di questa antica Italia

da Gli scrittori e la storia,  di Ugo Dotti

Sia le famiglie mezzadrili sia quelle assai più povere dei braccianti non vivevano nei paesi; vivevano in case coloniche sparse nei poderi e i loro componenti erano impegnati da mattina a sera nel lavoro dei campi: i matrimoni, le processioni o i funerali rappresentavano gli unici svaghi. La struttura di queste famiglie era in genere multipla e verticale, nel senso che più coppie sposate e più di due generazioni vivevano sotto lo stesso tetto. Le donne erano in una posizione del tutto subordinata essendo il regime familiare tipicamente patriarcale. I loro compiti erano parecchi e portavano via tempo: bisognava accendere e alimentare il fuoco, preparare da mangiare, portare l'acqua in casa. E bisognava (accudire i figli), filare, tessere, aiutare a costruire scope, sedie, funi, i più diversi attrezzi da lavoro. Era insomma un mondo statico, quasi senza rapporti con gli altri, tanto da sembrar confermate le famose annotazioni di Marx sui contadini simili a patate dentro i sacchi, entità isomorfe senza contatti tra loro.
(E la civiltà contadina non cambiò fino al secondo dopoguerra.)
Lo scrittore Ferdinando Camon si immerge e torna ad identificarsi in una comunità rurale nella seconda e terza parte del romanzo d'esordio "Il quinto stato". Gran parte della narrazione viene tessuta in modo fortemente emblematico sul racconto di ciò che significò, per lui e i suoi familiari, l'aver dovuto ospitare in casa propria (nel padovano)  per circa sette mesi una giovane ragazza che, figlia di operai della periferia di Rovigo sommersa dall'alluvione, era rimasta senza abitazione. Fu come l'ingresso della vita civile nella tana di uomini semi-bestie ed ecco come Camon, con un tono tra lo sconcerto e la stupefazione, passa a descriverlo.
     <A partire da quel momento le memorie mi si confondono perchè della Patrizia ricordo troppe cose, e cioè tutto quello che lei fece in casa nostra per quel mezzo anno in cui ci rimase. A cominciare dalla prima volta che si sedette a tavola e disse: "buon appetito" e noi restammo lì interdetti col cucchiaio in mano non sapendo cosa rispondere, finchè mia madre le sorrise e allora tutti le sorridemmo tranne mio padre che non sorride mai. Ma proprio perchè quei ricordi furono vissuti a fondo mi hanno bruciato la memoria e non riesco più a collocarli nella loro successione.
Posso dire soltanto che tutto da allora cambiò, non soltanto a casa nostra ma in ogni famiglia del paese.>

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